lunedì 11 maggio 2015

La pasta perfetta...matematica?

Questo post sulla "pasta matematica" nasce inizialmente da ricordi di famiglia, racconti legati all'attività del nonno, ingegnere "pastaio" agli inizi del '900 a Napoli e alla frequentazione di mio padre, in Germania, di corsi di Ingegneria Mugnaia, a cui si sono aggiunte curiosità storiche e matematiche legate ovviamente sempre alla pasta.


Dal libro "Pasta by Design" di George Legendre 
Riccioli - photo Stefano Grazini 

Non si può negare che nulla identifica di più la cucina italiana come la pasta. 
In Italia infatti la pasta è parte integrante della storia dell'alimentazione, e lo dimostra anche il fatto che ovunque gli italiani siano emigrati, hanno sempre portato con loro la pasta, tanto che oggi può essere considerata un caposaldo della cucina internazionale.
Come ci ricorda anche Expo 2015 e i dati pubblicati in occasione del World Pasta Day del 2012, siamo il Paese che produce più pasta di grano duro al mondo, ben 3.316.728 tonnellate annue, con un consumo pro capite di 26 chili.
Abbiamo addirittura un comune in provincia di Napoli, Gragnano, costruito come un immenso pastificio a cielo aperto, ed è italiana e di Gragnano l’unica pasta a fregiarsi del marchio IGP e che rappresenta il 14% dell’export italiano.
Siamo immersi nella pasta.
A differenza di altri prodotti italiani onnipresenti, come la pizza e la salsa di pomodoro, che hanno una storia abbastanza recente, la pasta può avere un pedigree molto più antico, risalente a centinaia e anzi a migliaia di anni fa. 


Produzione a Gragnano, primi novecento


La stessa etimologia del termine "pasta" deriva probabilmente dal greco "πάστη" che significa “farina mista a liquido”, dal verbo pássein cioè impastare. 
Con grande probabilità anche la pasta come il pane, fu un cibo spontaneo legato alla scoperta e all'uso dei cereali, la cui coltivazione e diffusione avvenne quasi contemporaneamente fra tutti i popoli.
Anche se questo termine comincia ad essere impiegato in Italia a partire dall'anno 1051 circa, le origini della pasta, chiamata con altri nomi, si possono far risalire indietro fin quasi all'età neolitica (circa 8000 a.C.) quando l'uomo cominciò la coltivazione dei cereali che ben presto imparò a macinare, impastare con acqua, cuocere e durante il medioevo italiano seccare al sole per poterli conservare a lungo. 


Leggenda della pasta introdotta da Marco Polo

Comunemente si fa risalire al mercante veneziano Marco Polo l'introduzione¹ della pasta al rientro dai suoi viaggi in Cina (1295), in effetti questa non fu una scoperta ma piuttosto una riscoperta di un prodotto, una volta popolare in Italia tra gli Etruschi e i Romani. 
La pasta infatti ha subito progressivamente nel tempo un'elaborazione in funzione delle necessità e delle abitudini dei popoli.
Una leggenda racconta che la pasta è stata inventata da Hephaestus, Dio greco del fuoco, (Vulcano per i Romani), tuttavia non c'è alcun riscontro nella letteratura classica. 
Proprio l'impossibilità di poter attribuire a qualcuno l'invenzione della pasta, dimostrerebbe indirettamente l'antichità di questo alimento, tanto da fare presupporre che gli etruschi nel IV secolo avanti Cristo già la conoscessero. 


Tomba Bella o dei Rilievi - Cerveteri

Nella tomba della Grotta Bella portata alla luce nella necropoli etrusca di Cerveteri, sono riprodotti in stucco gli strumenti per lavorare la pasta a mano: la tavola spianatoia, il matterello, il sacchetto per spolverare la farina sulla tavola, il mestolino per l'acqua, il coltello per tagliare la sfoglia e la rotella per dare un bordo ondulato al taglio della pasta (Fusco 1989).
Queste testimonianze provenienti dal mondo etrusco, ma mancanti purtroppo di supporto letterario, non ci permettono di riferire con esattezza riguardo all'utilizzo di tali utensili e la tipologia di pasta eventualmente prodotta, anche se si suppone che gli etruschi preparassero e cucinassero qualcosa di simile alle lasagne di farro.


Apicio ritratto da Lister nel 1709

Dubbi permangono anche sulla presenza della pasta, così come la definiamo oggi, nel mondo classico greco-romano, anche se è certo che i romani per primi parlano di lagana. Le lagane romane di cui parlano già Cicerone e Orazio nel I secolo a.C., sicuramente non sono identiche alle lasagne e ai maccheroni che noi conosciamo, ma gli assomigliano e questo lo si evince dal fatto che nel più antico libro di ricette romane, "De re coquinaria" scritto da Marco Gavio Apicio, si parla di lagana come una sfoglia schiacciata di farina utilizzata per racchiudervi timballi e pasticci, ed il fatto che essa non fosse sottoposta a cottura in acqua bollente e che fosse fritta in olio abbondante (Serventi e Sabban 2000), fa sì che non vi sia una significativa corrispondenza con la moderna definizione di pasta.
Altro tipo di pasta sicuramente conosciuto in quel tempo era una sorta di spaghetto allargato chiamato in greco 'laganon', probabilmente simile alla lasagna attuale. Tuttavia anche questo tipo di pasta non veniva cucinato al forno come le lasagne, ma bensì arrostito su delle pietre calde o su forni idonei. Si potrebbe dire che assomigliasse più al piatto che noi oggi chiamiamo pizza.


Antica lavorazione della pasta a Trabia

Se la pasta in forma di sfoglia sul tipo di lasagna deriva dal lagana greco-romana, la pasta secca filiforme dovrebbe provenire dal mondo arabo e si sarebbe poi diffusa in tutto il Mediterraneo partendo dalla Sicilia a seguito dell'invasione degli arabi.
Preziosa è la testimonianza, del XII secolo, del geografo arabo Al-Idris che nella sua opera nota come “il libro di Ruggero” ("Kitab-Rugiar" pubblicato nel 1154) afferma che nella località di Trabìa, zona abitata con case e molti mulini presso Palermo, si producesse un particolare cibo di farina a forma di fili, chiamato in siciliano “itriyah” e pare esistesse un'industria di pasta secca, detta “itrija” (Tria² in arabo).
Queste fonti storiche, che si riferiscono alla produzione della pasta secca, testimoniano l'esistenza di una impresa di tipo industriale e lo stesso Al-Idris,  nei suoi scritti, segnala quest'impianto a Trabia, a circa 30 chilometri da Palermo e scrive: 
"producono pasta a forma di stringhe ("tria"in Arabo) in abbondanza e viene esportata dappertutto, in Calabria ed in molti paesi musulmani e cristiani, anche per mezzo di navi".

Quella zona quindi, assunse notevole importanza quale centro sviluppato di commercio della pasta, spedita, in abbondanti quantità, per via mare in tutto il Mediterraneo sia cristiano che musulmano. 
Ed è proprio attraverso tale testimonianza che viene smentita la leggenda che sia stato Marco Polo nel 1295 al rientro dalla Cina ad aver fatto conoscere all'Occidente la pasta che per altro nulla aveva a che vedere con quella di grano duro da noi comunemente intesa.
Inoltre la prima ricetta documentata sulla pasta viene riportata nel libro “De arte Coquinaria per vermicelli e macaroni siciliani", (l'arte della cottura dei maccheroni e dei vermicelli siciliani) scritto da Martino Corno, cuoco presso il potente patriarca di Aquileia, intorno all'anno 1000.
Nel 1279 un soldato di Genova ha elencato nell'inventario della sua proprietà anche un cestino di pasta secca ('una bariscella plena de macaronis'). Un documento datato 1244 ed un altro del 1316 testimoniano la produzione della pasta secca in Liguria, indicando così che la pasta era ora diventata d'uso su tutta la penisola italiana.
Tra il 1400 e il 1500, la produzione di "fidei" (pasta nel dialetto locale) era diffusa in Liguria, inoltre nel 1546 a Napoli si venne a creare una corporazione degli artigiani della Pasta (tuttavia il più vecchio documento sopravvissuto che si riferisce a questa cooperativa riporta la data del 1571). 
Nel 1574 una cooperativa simile a quella di Napoli fu fondata a Genova e tre anni dopo a Savona fu redatta la "Regolazione dell'Arte dei Maestri Fidelari".
Nel 1584, l'autore Giordano Bruno cita un detto napoletano, “è cascato il maccarone dentro il formaggio".
I vari tipi di pasta, compreso i tubi vuoti lunghi, vengono accennati nelle annotazioni di diversi monasteri Italiani del quindicesimo secolo. 
Entro il diciassettesimo secolo, grazie alla sua praticità e convenienza, la pasta diviene parte della dieta quotidiana degli Italiani.
Nel diciassettesimo secolo, particolarmente a Napoli, l'alto sviluppo della popolazione stava aggravando i problemi di accessibilità agli alimenti, fino a che una piccola rivoluzione tecnologica permise di produrre la pasta ad un costo molto più basso. La pasta si trasformò così nell'alimento della gente. 


Spaghetti messi a seccare nelle strade di Napoli. (Fonte)

La vicinanza di Napoli al mare (come anche per la Liguria e per la Sicilia) facilitava l'essiccamento della pasta, permettendo un esteso tempo di conservazione, e l'importazione di grano duro. Il trasporto via mare inoltre permise di esportare la nuova pasta (secca) in tutta Italia ed nel mediterraneo.

Precedentemente, la pasta era fatta mescolando la farina di semolino con i piedi. II produttore si sedeva su di un banco e usava i suoi piedi per mescolare ed impastare la pasta. Il re di Napoli, Ferdinando II, assunse Cesare Spadaccini, un famoso ingegnere, per migliorare la suddetta procedura. 
Il nuovo sistema consistette nell'aggiungere l'acqua bollente alla farina fresca appena macinata ed il metodo d'impasto con i piedi fu sostituito da una macchina in bronzo che imitava perfettamente il lavoro del piede umano.


Nel 1740, la città di Venezia autorizzò Paolo Adami ad aprire la prima fabbrica di pasta della penisola. Il macchinario utilizzato era abbastanza semplice,e consisteva di una pressa in ferro messa in moto da parecchi ragazzi. 
Nel 1763, il duca di Parma, Don Ferdinando di Borbone, concesse a Stefano Lucciardi di Sarzana il diritto di monopolio per dieci anni sulla produzione della pasta secca – con "stile Genovese" (nella città di Parma).
Nel 1766 il corpo di Santo Stefano fu trovato nei pressi di un'impastatrice e lì venne sepolto. Per questo motivo divenne il santo protettore dei produttori di pasta.


Maccheronaio a Napoli

Goethe nel suo diario, Viaggi in Italia (dal 1787), definisce i maccheroni: 
"pasta delicata, fatta con fine semolino, lavorata duramente, bollita e lavorata in varie forme". 
Inoltre descrive degli episodi di vita napoletana, dando un'idea del lavoro dei maccheronari che erano presenti agli angoli di quasi ogni strada: 
"attivamente fanno i maccheroni grazie alle loro vaschette riempite di olio caldo, particolarmente nei giorni quando bisogna rinunciare a mangiare la carne. Vendono così bene il loro prodotto che molta gente trasporta il loro pasto via in fogli di carta".

Ma torniamo ai ricordi e cerchiamo di spiegare in sintesi cosa facesse mio nonno, Stefano Santi,  prima a Vicenza, poi ad Ascoli Piceno e quindi a Napoli nella sua attività legata appunto alla pasta.


Nonno Stefano Santi

Stiamo parlando degli anni fine ottocento/primi novecento in cui si sviluppava  una vera produzione di tipo industriale della pasta secca prodotta esclusivamente con l'impiego di semola e semolato di frumento duro e acqua.



Industria pastaia primi novecento

Nella metà del diciannovesimo secolo alcuni artigiani della pasta di Amalfi aprirono a Torre Annunziata in Napoli un vero e proprio laboratorio industriale per la produzione di pasta. Si servivano di mulini ad acqua per movimentare la macina in pietra e una volta macinato il semolino veniva separato dalla crusca per mezzo dei setacci a mano.
Nel 1878 fu introdotta una nuova macchina per la pulizia del semolino, inventata a Marsiglia in Francia, che migliorò la qualità del semolino e quindi della pasta. Il cuoio perforato che fino a quel momento era usato sui setacci manuali fu applicato agli agitatori meccanici. La prima pressa idraulica fu costruita nel 1882 ed il primo laminatoio alimentato a vapore fu azionato nel 1884.
Le nuove tecnologie permisero di fare sul disco di bronzo della pressa (dado-stampo) dei fori assolutamente perfetti. L'industria potè così inventare nuove forme che aumentarono l'interesse dei consumatori verso la pasta. 
Già alla fine del diciannovesimo secolo una tipica fabbrica poteva offrire un assortimento dalle 150 alle 200 forme differenti di pasta.


Pressa da pastificio 

L'industria della pasta, tra cui anche i pastifici a cui collaborò come ingegnere mio nonno, si sviluppò velocemente tra la fine del diciannovesimo secolo e l'inizio del ventesimo, grazie anche ad una domanda su scala globale. 
Il rapido sviluppo dell'industria della pasta italiana all'inizio del ventesimo secolo è da collegare anche alla massiccia esportazione, che nel 1913 ha toccato il record di 70.000 tonnellate, per la maggior parte verso gli USA.
Successivamente, i paesi tradizionalmente importatori di pasta cominciarono una produzione domestica che se da un lato ridimensionò l'esportazione italiana dall'altro creò una domanda internazionale dei macchinari necessari per la produzione della pasta “italian style”.
Nel 1917, Fereol Sandragne brevettò il primo sistema di produzione continua della pasta che diede il via, insieme  all'ideazione della prima vera pressa continua, completamente automatica, progettata, costruita e messa in azione da due fratelli di Parma, Mario e Giuseppe Braibanti, alla vera industralizzazione del settore pastaio.


Rivoluzione bolscevica del 1917

Va ricordato però che il frumento preferito dai produttori non era una varietà autoctona, ma la varietà Taganrong e cioè grano duro di alta qualità importato dalla Russia. Il porto di Taganrong, in Russia, infatti era noto per esportare il frumento preferito dai pastifici Liguri e da quelli Napoletani. 
Un vecchio opuscolo di una fabbrica di pasta della Liguria (la cui metà della produzione era dedicata solamente per il mercato di New York) riferiva della "pasta di Taganrong", pasta fatta esclusivamente con il frumento di Taganrong. 
Dal 1917, a causa della rivoluzione Bolscevica, le importazioni di frumento russo si ridussero drasticamente e gli industriali italiani si orientarono, in primo luogo, verso il frumento francese e quello americano.
E proprio queste importazioni furono all'origine della lotta alla pasta che ingaggiò, negli anni'30 Marinetti,³ nel suo "Manifesto della Cucina Futurista", definendo la pasta "assurda religione gastronomica italiana" e sostenendo, insieme a Mussolini, che "l’abolizione della pastasciutta libererà l’Italia dal costoso grano straniero e favorirà l’industria italiana del riso". 


Marinetti e la Cucina Futurista

Oggigiorno la maggior parte del frumento utilizzato dall'industria della pasta italiana è coltivato in Italia, con alcune importazioni dall'Australia.

Dopo questo excursus storico/familiare siamo arrivati ai giorni nostri e al legame che si può trovare, ad essere veramente appassionati e curiosi, tra appunto la pasta e la matematica.
Questo curioso legame prende origine da un libro "Pasta by Design" in cui l'architetto George Legendre utilizza la matematica per dare una visione surreale del variegato mondo della pasta.


Dal libro "Pasta by Design" di George Legendre
Tortellini - photo Stefano Grazini

Sembrerebbe all'apparenza un libro di cucina ma è molto di più e affronta l'argomento della pasta da un punto di vista assolutamente originale, rivelando relazioni inaspettate tra i formati di pasta, il loro uso e le loro proprietà matematiche e geometriche.
In questo libro George L. Legendre ha descritto 92 diversi tipi di pasta, classificandoli per tipologie e 'filogenesi' (lo studio di parentela tra forme naturali) e, dedicando ogni capitolo ad un singolo tipo di pasta, ne ha spiegato l'origine geografica, il processo di produzione e l'etimologia.....insieme ai suggerimenti per una perfetta preparazione.

Tutto ha inizio in una strada tranquilla fuori Bermondsey Street a sud di Londra, dove solitamente George condivide spesso, con il suo amico italiano Marco Guarnieri, il più semplice dei piatti di pasta, gli stupendi spaghetti all'aglio, olio e peperoncino  (ricetta). 
Proprio durante una di queste serate nasce l'idea di analizzare l'argomento "pasta" da un diverso angolo, e Marco offre a George l'opportunità di applicare le sue conoscenze matematiche su qualcosa di meno convenzionale; non analisi strutturale o scienza delle costruzioni necessari per costruire un arco o un edificio, ma per descrivere la normale e semplice pasta.





Insieme alle fotografie superbe di Stefano Graziani, il libro mostra la più grande raccolta visiva e dettagliata di formati di pasta mai pubblicato; un trionfo del design, e della matematica legata a un progetto che ha portato anche ad alcune scoperte interessanti. 
Utilizzando le funzioni matematiche, George è stato in grado di scrivere le formule che caratterizzano ciascuna forma di pasta; formule che possono essere immesse in un computer che, elaborando i dati, dà una perfetta rappresentazione della forma di ogni singolo tipo di pasta. 
Ciascuno dei 92 formati di pasta è reso sia con un' equazione matematica che con un diagramma di linea che visualizza ogni peculiarità distintiva, ogni cresta e piega con perfetta precisione.
Legendre ha esaminato e presentato la pasta in una nuova luce e ha creato un libro che induce le persone a riflettere sulla pasta un po' più profondamente del solito. 

Il libro, in inglese, nasce appunto dalla collaborazione tra gli architetti Marco Guarnieri e George Legendre. 
Marco ha fornito l'idea originale e George la sua profonda conoscenza della matematica, il suo rigore e le sue capacità di designer. 
Le fotografie sontuose del fotografo Stefano Graziani e la prefazione di un altro architetto italiano Paola Antonelli,4 Senior Curator del MoMa, Museum of Modern Art di New York, completano il libro.
Qui riporto alcune immagini che testimoniamo l'originalità dell'autore nel suo approccio con la pasta.


Sagne 'ncannulate - photo Stefano Grazini

Agnolotti - photo Stefano Grazini

Pappardelle - photo Stefano Grazini

Saccottini - photo Stefano Grazini

La pasta si può tradurre quindi in un'equazione a seconda della sua forma. 
Questa è stata anche l'intuizione del fisico Sander Huisman che nel suo blog pubblica con successo l'analisi matematica dei formati di pasta. 
Ma l'intreccio tra pasta, matematica e design è confermato anche dal celebre designer Giorgetto Giugiaro che aveva confessato su Repubblica come gli fosse costato più fatica progettare le "Marille" per la Voiello, rispetto a certi tipi di auto.

Le "Marille" di Giugiaro

In conclusione penso sia davvero da ammirare questo curioso e affascinante connubio tra pasta, arte e matematica.

Pubblicato da Maurizio Codogno su "Carnevale della Matematica #85" del 14 maggio 2015


Note

¹ Questa storia è appunto solo una leggenda, nata negli Stati Uniti nel 1938 sul Macaroni Journal (pubblicato da un'associazione di industriali statunitensi e canadesi, con lo scopo di rendere la pasta familiare ai consumatori americani e favorita dai circoli governativi impegnati a sostenere la coltivazione del grano duro, imbastendo attorno ad essa ''simpatiche'' e ''romantiche'' storielle in maniera che la pasta potesse diventare agli occhi dell'americano medio un alimento più ''internazionale'', cercando di allontanarla dal suo contesto naturale, cioè quello dei ghetti italiani e delle ''Little Italy'' sparse per tutti gli Stati Uniti, da dove arrivava, fin dai primi anni dell' '800 e che erano fortemente criminalizzate dall'opinione pubblica d'oltreoceano)
La novella raccontava appunto in una sezione fumettistica ed infantile, come il famoso navigante veneziano, nel 1295 dopo essere tornato dalla Cina, avesse portato con sé, un fascio di spaghetti cinesi, che sarebbero stati all'origine della pasta italiana, alla quale poi, seguì nel 1939 (un anno dopo del giornale) un'altrettanto fantasiosa pellicola statunitense chiamata ''The Adventures of Marco Polo'', con Gary Cooper, che favorì il radicarsi nell'opinione pubblica globale di queste menzognere e convinzioni popolari sull'esploratore veneto e sulla pasta. Questa storia in realtà è assolutamente smentita da qualsiasi storico e da tutti gli studiosi.
² Il termine “tria” è usato ancora oggi nel dialetto salentino. “Ciceri e tria” è una buonissima pasta e ceci fatta con una parte della pasta che viene fritta (ricetta)
³ Nel 1930 Filippo Tommaso Marinetti, nel Manifesto della Cucina Futurista, auspica una vera e propria crociata contro gli spaghetti, accusando la pasta di uccidere l'animo nobile dei napoletani. Ne propone addirittura l'abolizione che, a parere suo e di Benito Mussolini ispiratore della polemica, avrebbe liberato l'Italia dal costoso grano straniero e favorito l'industria italiana del riso.
La questione si risolve però rapidamente con un Marinetti immortalato nel ristorante Biffi di Milano nell'atto di mangiare un bel piatto di spaghetti. Immancabile segue una derisione popolare che usa soprattutto questa frase: "Marinetti dice basta! Messa al bando sia la pasta!". Poi si scopre Marinetti che divora gli spaghetti.
4 Dalla prefazione del libro, di Paola Antonelli, Senior Curator MoMa, Museum of Modern Art di New York: ".....di tutte le tassonomie di pasta mai concepite, quella di George L. Legendre è certamente una tra le più originali e poetiche" 


Fonti

From the book
"Invenzione della pasta" di Riccardo Pazzaglia
"Pasta by design" di George L. Legendre 
From website
http://it.wikipedia.org/wiki/Pasta
https://www.finedininglovers.com/stories/pasta-by-design/
http://www.food-info.net/it/products/pasta/history.htm
From the pictures
https://www.finedininglovers.com/photo/art-design/food-design-pasta/pasta-design-tortellini/
http://www.food-info.net/it/products/pasta/history.htm
http://www.dezeen.com/2011/08/16/competition-five-copies-of-pasta-by-design-to-be-won/
http://it.wikipedia.org/wiki/Pasta
http://www.lifeinitaly.com/food/pasta-history.asp


venerdì 10 aprile 2015

Il vino perfetto...matematico?

Come sappiamo le origini del vino e della matematica sono antichissime e parrebbero andare quasi di pari passo!
Talmente tanto antiche da affondare nella leggenda. 
Alcune di esse fanno risalire l'origine della vite sino ad Adamo ed Eva, affermando che il frutto proibito del Paradiso terrestre fosse la succulenta uva e non l'anonima mela. 
Altre raccontano di Noè che, avendo inventato il vino, pensò bene di salvare la vite dal diluvio universale riservandole un posto sicuro nella sua Arca.
Altrettanto si può dire della matematica, nata con l’umanità, per risolvere interrogativi e problemi legati alla necessità di ordinare oggetti e memorizzare quantità. 
Alcune civiltà primitive conoscevano soltanto la distinzione fra uno, due e molti; altre giunsero a riconoscere i numeri come concetti astratti e a introdurre dei simboli per identificarli.



"Bacco" di Caravaggio (1571-1610) - Galleria degli Uffizi

Venendo a tempi più recenti, si hanno testimonianze che la vite, come la matematica, sia originaria dell'India, e che da qui, nel terzo millennio a.C., si siano diffuse prima in Asia e in seguito nel bacino del Mediterraneo.
Alcuni geroglifici egiziani risalenti al 2500 a.C. descrivono già vari tipi di vino. Nell'antico Egitto, la pratica della vinificazione era talmente consolidata che nel corredo funebre del re Tutankamon (1339 a.C.) erano incluse delle anfore contenenti vino con riportata la zona di provenienza, l'annata e il produttore (delle DOC ante litteram!) e qualcuna conteneva del vino invecchiato da parecchi anni. 
Dall'Egitto la pratica della vinificazione si diffuse presso gli Ebrei, gli Arabi e i Greci. Questi dedicarono al vino una divinità: Dioniso il Dio della convivialità (Bacco per i Romani).
E tra il 2000 e il 1000 a.C. in Egitto, Mesopotamia, India e Cina venivano utilizzate le quattro operazioni e si sapeva calcolare l’area di quasi tutte le figure piane: i problemi geometrici e aritmetici affrontati erano di ordine pratico, legati alle necessità della vita quotidiana.
L’approccio empirico della matematica egiziana e babilonese, fondato su osservazioni ripetute da cui venivano ricavate regole matematiche per scopi pratici, venne poi superato dai Greci, che sviluppano un approccio alla matematica basato sull’astrazione (si ricavano concetti generali traendoli dall’osservazione di fenomeni particolari) e sulla deduzione (da determinate premesse generali vengono ricavate conclusioni logicamente necessarie).





E mi direte "perché questa introduzione in parallelo tra viticoltura e matematica?"
Non proseguo qui ad analizzare la storia dell'origine del Vino e quella della Matematica ma ho solo voluto, in questo modo, legarmi alla recente viticoltura che sembrerebbe ormai destinata sempre più a servirsi della Matematica (o più specificatamente della Ricerca Operativa) per ottimizzare la produzione del vino e far rendere al meglio tutta la catena di produzione vinicola.
Questa correlazione me l'ha involontariamente "suggerita" un amico (appassionato di vini e di enocultura) e il tema della nutrizione legato a Expo 2015 a Milano.

L'amico mi ha mandato un interessante articolo che testimonia come la ricerca e l'applicazione di algoritmi matematici sia fondamentale per ottimizzare questa produzione.
EXPO 2015 mi ha ricordato l'apertura, all'interno del Padiglione Italia, del Padiglione del Vino, sicuramente tra le eccellenze produttive italiane, nonché le iscrizione dei paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato e della pratica agricola della vite ad alberello di Pantelleria, nella lista dei Patrimoni UNESCO.

E' indubbio che le applicazioni della matematica e i "mestieri" che ne possano derivare siano molteplici, soprattutto in questa nostra realtà sempre più tecnologica in cui proprio la matematica crea legami forti tra le altre scienze e il mondo reale. 
Legami che implicano appunto competenze per la gestione, la promozione e lo sviluppo dell’innovazione scientifica e tecnologica.
Tra questi "mestieri" spicca quello di Analista e Progettista di software applicativi e di sistema che, in questo caso, riguarda un software di ottimizzazione di produzione legato alle coltivazioni vinicole.
E ottimizzare significa ottenere la migliore qualità possibile di vino dalla vigna e risparmiare sui costi di vendemmia, di conservazione e di distribuzione.
Per ottenere tutto questo sono nati software specifici tra cui, per esempio, l'australiano VINx2 o quello sviluppato da una società italo-tedesca ALGO-WINE, un software che, grazie appunto agli algoritmi di matematica, statistica ed econometria, permette di "anticipare la curva di maturazione delle uve e di individuare il momento ottimale per la vendemmia".




Immagine da Vinx2

Anche se amante del buon vino non mi ero mai preoccupata di considerare i problemi di gestione di quei viticoltori che, con passione e professionalità, curavano la loro produzione.
Ho scoperto così che spetta al viticoltore e/o all'enologo il compito di assaggiare l'uva giorno dopo giorno, sondarne la consistenza, il colore, lo spessore della buccia e il sapore, oltre a fare frequenti e costose analisi di laboratorio, per capire quando gli zuccheri e gli acidi raggiungono il loro punto di equilibrio, per poter procedere alla vendemmia. 
La Matematica viene in loro aiuto e, mediante complessi algoritmi che processano in pochi secondi migliaia di informazioni sui più diversi parametri tra cui, per esempio, la quantità di luce, il calore, l'altitudine, l'orientamento dei filari al sole, l'acqua e in funzione del tipo di vino da produrre, ha permesso di determinare il momento migliore per la vendemmia.
Questo software, Algo-Wine,  è stato sviluppato in oltre tre anni di ricerca e lavoro dal team di Ors Group in collaborazione con università italiane e americane tra cui la Cornell University, l'Università di Torino - Facoltà di Agraria, l'Istituto Enologico Umberto I di Alba, che alla passione ed esperienza di viticoltori, agronomi ed enologi affianca una gestione scientifica e "digitale" del processo di selezione delle uve, permettendo di ottenere importanti benefici (fino al 30% di risparmi) in fase di vendemmia.

Come dice il Dr. Pierluigi Riva, Chief Technology Officer di Ors Group e responsabile dello sviluppo del software: 

"Ogni azienda vitivinicola potrà disporre di aggiornate stime sullo stadio di maturazione di ogni tipologia di uva, in modo da vendemmiare ciascun filare al momento ottimale ed evitare così, per esempio, che eccessi di raccolto degradino la qualità del vino, oppure che il ritardo nella raccolta vada ad inficiare i parametri chimici necessari per mantenere struttura ed aromi. Ma fare stime corrette è molto complicato, anche perché i parametri variano sensibilmente ogni anno a seconda delle condizioni atmosferiche. La produzione di anno in anno può cambiare anche del 30% e le tempistiche per la vendemmia di 10-15 giorni."

L'applicazione risulterebbe quindi utile anche a supportare ogni fase di lavorazione dell'uva: dalla raccolta alla fermentazione, dalla gestione della cantina alla pressatura. Potrebbe permettere di organizzare con la massima efficienza e di eliminare ogni spreco legato alla gestione dei vigneti, alla lavorazione dell'uva e alla cantina, ottimizzando così l'esito qualitativo del vino.
Come diceva il Dr. Riva, potrebbe succedere, per esempio, di vendemmiare una quantità di grappoli eccessiva e, non avendo sufficiente spazio nelle vasche di decantazione, l'uva dovrebbe aspettare per entrare in lavorazione, con conseguente peggioramento, una volta staccata dalla pianta, della qualità di zuccheri e polifenoli.
E come diceva Goethe, “La vita è troppo breve per bere vini mediocri”



Goethe in the Roman Campagna, Johann Heinrich Tischbein, 1787
Städel-Museum Frankfurt a.M.Masthead

Tornando al nostro "mestiere" è evidente che il presente, e certamente il futuro, richiede sempre più la figura di Analista e Progettista di software. 
Per progettare simili applicazioni, ovviamente non solo legate alla produzione del "nettare di Bacco", bisogna avere un bel bagaglio matematico soprattutto improntato alla Ricerca Operativa, alla conoscenza dei linguaggi di programmazione (C, C++, Java, Visual Basic, SQL, MatLab, HTML), a Matematica Finanziaria e Modellistica, Statistica, Analisi Matematica......insomma il mestiere di Analista e Progettista di software applicativi rappresenta un esempio di vero e quanto mai attuale e prezioso "mestiere matematico"!

note
¹ I testi inglesi sono stati tradotti in italiano da Elena Toscano

mercoledì 8 aprile 2015

Tango strumentale o cantato?

Questo post nasce dall'esigenza di far chiarezza sulle due, chiamiamole, "scuole di pensiero" che soprattutto ultimamente si individuano nelle scelte musicali dei musicalizador di tango tradizionale che si balla in Milonga: musica solo strumentale o, sempre più "gettonata", cantata?
Troppo spesso ho avuto discussioni sull'opportunità o meno di inserire molti pezzi cantati. 
Sono infatti convinta che non tutti i cantati siano ballabili. 
I ballerini possono ballare su pezzi interpretati da cantanti che intonano tutte le note e giocano con il tempo musicale senza mai perturbare l’armonia, lasciando il brano perfettamente ballabile, ma non possono cimentarsi in tanghi in cui il cantante diventa assoluto protagonista.


Felix Picherna un protagonista fuori dal tempo, ma che del tempo ne ha fatto la sua peculiarità 
utilizzando ancora le vecchie cassette 
e allontanandosi da chiunque oggi si definisca Musicalizador delle Milonghe.

Nel tango ogni orchestra ha la sua propria musicalità, con infinite possibilità, e il cantante deve essere solo uno strumento in più.
Come ricorda José - El de la Quimera in questo articolo invece, dopo il '50 (come negli anni che precedono l'innovazione di D'Arienzo), il cantante diviene spesso la stella e quindi una voce che "recita" o "grida" il tango rendendolo inballabile.
Le difficoltà di interpretazione del tango sono molte e il cantato non ballabile, costituisce un'ulteriore difficoltà di percepire la musica e la ritmica e di riuscire a tradurre l'ascolto in movimento. 
Ascoltando un tango, mix di musica e "letras", certo si potrebbe interpretare le emozioni evocate dalla piccola storia che ci viene raccontata, e le parole dei tanghi sono spesso veri e propri poemi, ma quanti ballerini, non argentini, sono in grado di capire le parole? 
Certo poiché prima che con i piedi il tango si balla con il cuore, la comprensione dei testi dei tanghi sicuramente sarebbe utilissima per veicolare emozioni e aiutare la formazione del giusto "sentimento" col quale ballare. Infatti la possibilità di comprendere il significato dei testi aumenta in modo impressionante la capacità di interpretare un tango cantato, ossia di ballarlo in modo più aderente alla musica.
Ed è anche quello che purtroppo percepiscono molte donne che magari, oltre ad avere un grande senso ritmico, comprendono anche il testo e sentono forti emozioni, rendendosi conto al contempo di essere impotenti nell'esprimersi, percependo quindi una forte sensazione di non essere in sintonia col proprio partner. 
E' indubbio che la maggiore profondità che ti dona l'ascolto esige anche una maggiore comprensione e intesa all'interno della coppia che raramente è raggiungibile.
Sempre più spesso mi accorgo come già solo l'ascolto e l'interpretazione musicale siano molto lontani dalle performances dei ballerini e credo che aggiungere l'ulteriore difficoltà di seguire anche un cantato poco ballabile sia pretendere troppo, soprattutto da ballerini non certo professionisti o così culturalmente preparati da saper cogliere le altre sfumature che si aggiungono con la voce. 
Cerchiamo di stare con "i piedi per terra" e di non pretendere che neofiti tangueri appassionati, ma dilettanti, debbano cimentarsi in pezzi che risultano molto meno ballabili.
Il cantante si, ma non per tutte le tande, vals e milonghe comprese come spesso purtroppo accade, e che sia solo uno strumento in più e non un protagonista che "grida" il tango rendendolo inballabile!
Il tango allora diventa da ascolto e sicuramente un bell'ascolto, ma non un bel ballo!

Mi viene in mente un aneddoto raccontato da un maestro di tango, Alfredo Granato, su Placido Domingo quando, dopo una bella recita di Tosca al teatro Colon di Buenos Aires, forse per scherzo, un produttore gli propose di incidere una serie di tanghi, dopo aver saputo che il tenore segretamente ne coltivava alcuni. 
"Sono pronto, incidiamo subito!"
Pensarono che fosse uno scherzo, erano le tre di notte! Ma svegliarono i tecnici e si recarono in sala di registrazione.
Il CD non ebbe un grande successo fra i porteños, ma è rimasta molto suggestiva l'idea che del tango diede Placido: "Un'opera è un dramma che dura tre ore.....un tango è un dramma che dura tre minuti"


Placido Domingo in un'interpretazione superba di "Vida mia".....
ma da ascoltare!!!!!!!!!

Ho avuto la fortuna di fare i primi passi nel tango, con i brani del grande Felix Picherna, il più popolare musicalizador argentino in Italia, il maestro di tutti, l’enciclopedia vivente del tango. 
Ricordo con nostalgia le sue "cassette" con le quali, durante la Milonga, sapeva sempre sorprendere con tanghi inattesi, con un perfetto equilibrio di brani strumentali e cantati, ma sempre brani in cui il cantante, pur bravo e di alto livello, era davvero solo un ulteriore strumento musicale da poter seguire nel ballo.
Lui che nella sua lunga carriera ha incontrato i più grandi interpreti del tango come Miguel Calò, Roberto Firpo, Francisco Canaro, Julio Decaro, Anibal Troilo, Carlos Di Sarli, Tita Merello, Juan Carlos Copes, Maria Nieves......, non ha mai ecceduto in brani cantati e di difficile interpretazione.
Voglio qui ricordarlo con un video, diretto da J.L. Giadima, "Esta es mi vida", nella speranza di poterne ancora ascoltare le deliziose "compilations" magari proprio a Buenos Aires, dove è tornato e nelle Milonghe che lo hanno acclamato, dal Salon Pavadita, al Club Almagro, alla Confiteria Ideal, Saavedra, Pinocho o Sunderland.....



Felix Picherna "Esta es mi vida"

E infine, ma non per ultimo, non dimentichiamoci delle parole del grande innovatore del Tango (quest'anno si compiono 80 anni da quell'innovazione 1935-2015) Juan D'Arienzo.
Controverso infatti fu il suo rapporto con i cantanti, responsabili, a suo dire di tanta parte della decadenza del tango. 

Secondo me la maggior colpa per il declino del tango è da attribuire ai cantanti. C’è stato un momento in cui l’orchestra di tango non era altro che un mero pretesto per l’esibizionismo del cantante. I musicisti, incluso il direttore, non erano altro che gli accompagnatori di una cosa simile ad una star popolare. Per me questo non deve accadere. Il tango è anche musica, come già detto. Vorrei aggiungere che è essenzialmente musica. Di conseguenza l’orchestra, che questa musica la suona, non può essere relegata a fare solo da contorno alle luci della ribalta del cantante. Al contrario la musica è per le orchestre e non per i cantanti. La voce non è, non dovrebbe essere altro che uno strumento aggiunto dell’orchestra. Sacrificare tutto alla gloria del cantante, alla star, è un errore. Io ho reagito all’errore che ha causato la crisi del tango ed ho messo l’orchestra in primo piane ed il cantante al suo posto. Inoltre, ho usato come soccorso al tango la sua forza maschile, che era stata persa nel susseguirsi degli eventi. In questo modo nelle mie interpretazioni ho marcato il ritmo, il nervo, la forza e il carattere che si distinguono nel mondo della musica e che erano stati abbandonati per i motivi di cui sopra. Fortunatamente, questa crisi è stata temporanea, ed oggi il tango ha ripreso quota, il nostro tango, con la vitalità dei tempi migliori. Il mio orgoglio maggiore è di aver contribuito al rinascimento della nostra musica popolare.

Quindi non dimentichiamo mai queste parole del grande Juan D'Arienzo: 
"Il tango è anche musica. Vorrei aggiungere che è essenzialmente musica"
E soprattutto i "novelli" musicalizadores non cerchino originalità a tutti i costi con improbabili brani cantati assolutamente non ballabili e purtroppo, per la maggioranza dei ballerini, assolutamente non traducibili, senza dimenticare che le tandas devono sempre essere determinate dall’atmosfera della milonga e dal livello e tipologia dei ballerini in pista. 

Concludo con una dimostrazione di quanto grande sia il potere della musica, con questa stupenda interpretazione di "Vida Mia", mix di tango e jazz nato dall'incontro di due grandissimi, Osvaldo Fresedo e Dizzy Gillespie. 
Buon ascolto e.....buon ballo!!!!!



1956 - Night Club Rendez Vous Porteño - Buenos Aires.
Encuentro de dos Grandes: Osvaldo Fresedo y Dizzy Gillespie