mercoledì 3 giugno 2026

Gödel, Simon e Kahneman una genealogia del limite

 "Viviamo in un mondo che celebra la perfezione, la velocità, l’efficienza, ma è nel limite, nell’errore e nell’incompleto che spesso si nascondono le verità più profonde" questo scrivevo nell'introduzione al mio articolo "Verità imperfette: wabi-sabi, Gödel e la ceramica raku" dove il punto di partenza era il teorema di incompletezza di Kurt Gödel e la sua sorprendente risonanza con una sensibilità estetica e filosofica apparentemente distante, il wabi-sabi.

"The Double Dream of Spring" (1915) di Giorgio de Chirico ¹ 
 Conservato al Museum of Modern Art di New York

L’ipotesi era che il risultato di Gödel non introducesse soltanto un limite tecnico alla logica formale, ma una trasformazione più profonda del modo in cui concepiamo la razionalità, vale a dire non più come struttura chiusa e autosufficiente, bensì come sistema intrinsecamente attraversato dall’incompiutezza.
Se Gödel mostrava il limite interno dei sistemi formali e il wabi-sabi rendeva sensibile, sul piano estetico ed esperienziale, la stessa logica della frattura e dell’impermanenza, ciò che emergeva era una prima configurazione del limite come principio trasversale, non un’eccezione, ma una condizione strutturale del reale.
A questo punto, il problema si sposta, in quanto non si tratta più soltanto del limite della dimostrabilità o della forma, ma del modo in cui il limite diventa operativo nei tre livelli fondamentali in cui si articola la razionalità: verità, esperienza e azione.
In questa prospettiva, emerge quindi una triade concettuale del limite:

Caricatura di Kurt Gödel dalla copertina del libro  di 

1. Il limite della verità (Kurt Gödel)

Kurt Gödel, "Herr Warum" (il Signor Perché) uno dei grandi della Logica matematica del '900, le cui ricerche ebbero un significativo impatto, oltre che sul pensiero matematico e informatico, anche sul pensiero filosofico del XX secolo, mostra che nessun sistema formale coerente e sufficientemente potente è completo, ma che esistono proposizioni vere che non possono essere dimostrate all’interno del sistema stesso.
La conseguenza è radicale perché la verità eccede la dimostrabilità, e il sistema logico, per quanto rigoroso, non esaurisce ciò che è vero al suo interno.
Con Kurt Gödel, anche la matematica, tradizionalmente considerata il regno della certezza assoluta, incontra un limite interno inatteso. Il suo teorema di incompletezza mostra che in ogni sistema formale coerente e sufficientemente potente esistono proposizioni vere che non possono essere dimostrate all’interno del sistema stesso.

Wabi-sabi scritto in giapponese 

2. Il limite dell'esperienza (wabi-sabi)

Il wabi-sabi è una sensibilità estetica giapponese che valorizza l’imperfetto, il transitorio, l’incompleto.
Derivato dalle pratiche Zen e dalla cerimonia del tè, il wabi-sabi suggerisce una visione del mondo in cui l’essere è sempre in divenire.
Nel dominio estetico ed esperienziale, il wabi-sabi rende visibile una seconda formulazione dello stesso principio:
- nessuna forma è definitivamente stabilizzabile
- ogni configurazione è esposta al tempo, alla frattura, alla trasformazione
- la perfezione è un’astrazione, non una condizione del reale.
La forma non è compiutezza, ma processo.

Herbert Simon riceve il premio Nobel per l'Economia nel 1978 ² 

  
3. Il limite dell’azione (Herbert Simon)

Herbert Simon le cui ricerche spaziano nei campi della psicologia cognitiva, dell'informatica (pioniere nel campo dell'intelligenza artificiale), dell'economia, del management e della filosofia della scienza, è stato il primo psicologo a ricevere il Premio Nobel per l'Economia nel 1978.
Se Gödel mette in crisi la chiusura della verità formale, Herbert Simon, che non a caso nel 1955 ha coniato un nuovo termine, ovvero "la razionalità limitata", sposta il problema nel dominio dell’azione razionale. 
La sua teoria della razionalità limitata descrive un soggetto che non ottimizza, ma si accontenta di soluzioni sufficienti, in cui non massimizza, ma "soddisfa".
Herbert Simon, in particolare, ha evidenziato come la scelta effettuata da un individuo non rispetti gli assiomi fondamentali dell'approccio logico, per cui un individuo più che fare scelte ottimali, fa scelte soddisfacenti, sia per i vincoli svolti dalle organizzazioni, sia per i limiti imposti dal sistema cognitivo umano, introducendo la nozione di "razionalità limitata":
- informazione incompleta
- tempo finito
- capacità computazionale vincolata
Di conseguenza, gli individui non ottimizzano, ma "soddisfano", cioè scelgono soluzioni sufficienti, non massimali, per cui la decisione non è ottimizzazione, ma adattamento.

Questa triade può essere sintetizzata in modo unitario:
- la verità non è completamente dimostrabile,
- la forma non è completamente stabile,
- l’azione non è completamente ottimizzabile.
In ciascun caso, il limite non è un difetto esterno, ma una struttura interna del sistema stesso.
Tuttavia, proprio nel momento in cui questa architettura sembra stabilizzarsi, si apre un ulteriore livello di analisi. 
Se Gödel definisce il limite della dimostrazione, il wabi-sabi quello della forma e Simon quello della decisione, rimane da definire il punto in cui questi tre livelli convergono, vale a dire il funzionamento concreto del pensiero umano.

Èd è qui che entra in gioco Daniel Kahneman.
Simon mostra che non possiamo essere perfettamente razionali perché le nostre risorse sono limitate, Kahneman mostra che, anche entro questi limiti, il nostro pensiero segue scorciatoie sistematiche che producono errori prevedibili.

Daniel Kahneman riceve il Premio Nobel per l'Economia nel 2002 ³

Lo psicologo Daniel Kahneman, vincitore del premio Nobel per l'economia nel 2002, noto al grande pubblico come il "padre dell'economia comportamentale", ha avanzato la teoria che spiega come il nostro cervello tenda a prendere scorciatoie mentali (euristiche) per giungere a conclusioni rapide e comode. 
Un processo che può portare a errori noti come bias cognitivi, che influenzano i nostri giudizi e possono creare pregiudizi anche su situazioni mai incontrate prima. 
Il suo lavoro ha contribuito a scalfire il mito della razionalità olimpica dell'"homo economicus", il modello con cui la teoria economica descriveva le scelte dei consumatori, segnando l'inizio della seconda fase dell'economia comportamentale, dopo quella avviata da Herbert Simon negli anni Cinquanta.
Tra le opere più interessanti di Daniel Kahneman su questo tema non si può non menzionare il best seller "Pensieri lenti e veloci", in cui lo psicologo spiega le dinamiche cognitive che influenzano le nostre scelte quotidiane.


Libro scritto in memoria di Amos Tversky

In questo suo lavoro, non descrive semplicemente errori cognitivi isolati, ma una struttura del giudizio fondata sulla tensione tra processi intuitivi rapidi e processi deliberativi lenti. 
La mente non opera come un osservatore neutrale del reale, ma come un sistema che costruisce coerenza a partire da informazioni parziali, spesso senza riconoscere la parzialità di tali informazioni.
In questa prospettiva, il principio del WYSIATI ("What You See Is All There Is" - "Quello che vedi è tutto ciò che c’è", che tradotto liberamente significa "La mente giudica usando solo ciò che vede) diventa decisivo, dove il frammento disponibile viene trattato come se fosse l’intero. 
Da qui derivano eccesso di fiducia, semplificazione causale e distorsioni sistematiche del giudizio.
La traiettoria che si delinea è allora una progressione continua del limite, dal vero al possibile, dal possibile al percepito, fino al giudizio che li organizza. 
La razionalità non appare più come un vertice stabile della mente, ma come un processo attraversato da vincoli costitutivi che ne definiscono simultaneamente potenzialità e distorsioni.
In questa prospettiva, il limite non è una soglia che la ragione incontra occasionalmente, ma la sua condizione permanente di funzionamento. E ciò che emerge non è una teoria della deficienza, bensì una possibile ridefinizione della razionalità stessa, non come completezza, ma come forma strutturalmente incompleta che si costruisce nel tempo, nell’incertezza e nella frattura.
Con Daniel Kahneman il limite non riguarda più né la struttura della verità né l’architettura della decisione, ma il funzionamento interno del pensiero stesso.



Questa progressione del limite, dalla verità alla forma, dalla forma all’azione, fino al giudizio che le organizza, non descrive soltanto una traiettoria teorica interna alla filosofia della razionalità, ma suggerisce anche una tensione più generale che attraversa il modo stesso in cui pensiamo e rappresentiamo il reale. 
Una continua oscillazione tra ciò che aspira alla massima generalità e ciò che si manifesta nella minima condizione concreta.
Oscillazione che non va vista come opposizione tra grande e piccolo, né come semplice variazione di scala, ma come struttura dinamica della conoscenza.
Ogni "massimo", che sia una verità formale, un principio estetico o un modello decisionale, si rivela sempre attraversato da "minimi" che ne rivelano la parzialità, la fragilità o la condizione locale.

Kurt Gödel mostra che anche il massimo della formalizzazione matematica lascia emergere enunciati non catturabili dal sistema.
Il wabi-sabi trasforma ogni aspirazione alla forma compiuta in una sensibilità per il dettaglio imperfetto e transitorio.
Herbert Simon riduce l’ideale del massimo rendimento decisionale a un equilibrio minimo di soddisfazione sufficiente.
Daniel Kahneman, infine, mostra come anche la pretesa di massima razionalità sia continuamente riconfigurata da micro-processi cognitivi, euristiche e distorsioni locali.
La razionalità, letta attraverso questa lente, non è dunque un movimento verso il massimo assoluto, ma una continua negoziazione tra livelli, tra generalizzazione e contingenza, tra modello e caso, tra struttura e deviazione.
Godel, Simon e Kahneman trasformano il limite da difetto contingente a caratteristica strutturale della conoscenza, non come ricerca di un punto di equilibrio definitivo, ma come esplorazione del modo in cui il limite struttura ogni forma di conoscenza, decisione e rappresentazione.

Forse la conoscenza umana sta nel limite, nell'errore, nell'incompleto!



Note

¹ La conoscenza per Giorgio de Chirico, inventore della Pittura Metafisica, è una rivelazione filosofica e visiva dell'incomprensibile. La realtà oggettiva è solo un'illusione e la vera conoscenza si ottiene spogliando gli oggetti dal loro significato abituale e accostandoli in modo illogico, per rivelare l'enigmatico mistero che si cela dietro l'apparenza delle cose.
² Herbert Simon premio Nobel per l'Economia nel 1978, "per le sue pionieristiche ricerche sul processo decisionale nelle organizzazioni economiche"
³ Daniel Kahneman Premio Nobel per l'Economia nel 2002, per la "teoria del prospetto", un lavoro condotto nel 1979 insieme ad Amos Tversky ("Prospect Theory: An Analysis of Decisions Under Risk" by D. Kahneman & A. Tversky)
"per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni di incertezza"




mercoledì 25 febbraio 2026

Rugby, l’ordine matematico dentro il caos

Fango, placcaggi, collisioni...il Rugby viene raccontato come lo sport della forza, dell’impatto, del sacrificio fisico, eppure, se lo si osserva con attenzione, emerge qualcosa di inatteso...il Rugby è una sofisticata architettura matematica in movimento. 
Non è l’opposto della razionalità, è razionalità incarnata, è l’ordine matematico dentro il caos.



Parentesi storica
Il Rugby nasce nel 1823 in Inghilterra nell'omonima città, Rugby, nei pressi di Birmingham, alla Rugby School, quando, secondo la tradizione, William Webb Ellis raccolse il pallone con le mani durante una partita di football. 
Al di là del mito fondativo, è nell’Inghilterra vittoriana che il gioco prende forma regolamentare, con la codificazione delle norme da parte della Rugby Football Union nel 1871.
Fin dalle origini il Rugby fu uno sport di struttura e disciplina, con regole precise, spazi definiti, gerarchie di punteggio. 
La trasformazione moderna, con l’introduzione del professionismo nel 1995 e l’evoluzione dei sistemi di punteggio con bonus, ha progressivamente accentuato la dimensione analitica del gioco.
Da rituale scolastico a laboratorio strategico globale, il Rugby è diventato nel tempo sempre più misurabile, studiato, ottimizzato e la matematica non è un’aggiunta recente ma è sempre stata nascosta nella sua architettura.

Iscrizione marmorea sul posto ove stava il ristorante Pall Mall di Londra, 
dove il 26 gennaio 1871, durante la riunione dei rappresentanti 
di squadre importanti si formò la Rugby Football Union - Immagine 

Il campo, innanzitutto, è uno spazio geometrico rigorosamente definito.
Il campo da Rugby a 15 (rugby union) è un rettangolo che, comprese le aree di meta, misura al massimo 144x70 metri e al minimo circa 119x66 metri. 
La zona di gioco principale (tra le linee di meta) è lunga 100m e larga 70m, mentre le aree di meta (in-goal) misurano tra i 10 e 22 metri di profondità.
Quindi sono cento metri di lunghezza per settanta di larghezza con linee che segmentano il terreno in zone strategiche e corridoi laterali che ampliano o comprimono le possibilità di gioco.

 
Ogni squadra, quando si dispone in difesa, costruisce una figura geometrica mobile, con una linea quasi rettilinea che deve coprire l’intera larghezza del campo.
È un problema classico di copertura ottimale.
Se si restringe troppo, concede spazio all’esterno e se si allarga eccessivamente, si assottiglia al centro.
È combinatoria applicata in tempo reale. 
In attacco, l’obiettivo è creare superiorità numerica in un punto preciso: due contro uno, tre contro due.  
Ogni passaggio serve a spostare la difesa, a generare uno squilibrio locale. 
Non basta essere veloci ma si deve manipolare lo spazio.
Poi c’è la probabilità. 
Una delle decisioni più frequenti nasce da un fallo avversario: prendere i tre punti con un calcio piazzato o cercare la meta? 
La scelta non è solo emotiva ma è, implicitamente, un calcolo di valore atteso. 
Se la probabilità di segnare il piazzato è dell’80%, il rendimento medio è 2,4 punti, e se invece la probabilità di andare in meta da una touche organizzata è, poniamo, del 35%, il rendimento medio è 1,75 punti (senza considerare la trasformazione). 
Senza però dimenticare il contesto che potrebbe modificare tutto, vale a dire tempo rimanente, punteggio, condizioni atmosferiche. 
Le grandi nazionali, come gli Springboks sudafricani (numero 1 al mondo) o gli All Blacks neozelandesi (numero 2), integrano ormai da tempo analisi statistiche sofisticate in queste decisioni, sapendo bene che la matematica non sostituisce l’istinto ma lo affina.

All Blacks, perché tutti vestiti di nero, contro Springboks che prendono
 il nome da una piccola antilope della savana

Ogni fase di gioco è anche un caso di teoria dei giochi. 
Dovremmo far intervenire John Nash , il grande matematico che stabilì i principi della teoria dei giochi, per valutare bene queste strategie che, in termini formali, costituiscono un equilibrio dinamico tra due sistemi che reagiscono reciprocamente. 
Attacco e difesa si osservano, si studiano, si adattano...se l’attacco insiste al centro, la difesa comprime...se il pallone viaggia largo, la linea scivola lateralmente. 
Le strategie infatti non sono mai statiche, ma sono strategie miste, variazioni continue per evitare di diventare prevedibili. 

Six Nations 2026 - Placcaggio nell'incontro all'Olimpico vinto 
dall'Italia contro la Scozia 18 a 15

Anche la fisica, che si basa ovviamente sempre sulla matematica, governa le collisioni. 
Un placcaggio efficace non è solo questione di coraggio, ma di quantità di moto: massa per velocità e nella mischia (scrum), otto giocatori per parte cercano un equilibrio vettoriale sotto enormi forze di compressione. 
Il centro di massa collettivo deve restare stabile, perché basta una piccola asimmetria per destabilizzare l’intero sistema. 

Six Nations 2026 - Mischia chiusa dell'Italia di Quesada che purtroppo 
ha perso a Dublino con l'Irlanda 20 a 13 
 
Persino il calcio piazzato è un problema balistico in cui si devono valutare angolo di elevazione, velocità iniziale, resistenza dell’aria.
Il calcio piazzato infatti non è soltanto un gesto tecnico, ma è un problema di balistica con vincoli geometrici e perturbazioni aerodinamiche, che va però risolto in pochi secondi e sotto pressione. 
La palla (tipico ellissoide¹) descrive una parabola, ma quella parabola deve attraversare uno spazio estremamente preciso tra i pali e sopra una soglia di tre metri e questo introduce un vincolo geometrico.
Il problema non è “quanto lontano”, ma “con quale traiettoria passare sopra quel punto esatto”.
E nella realtà intervengono altre variabili: la resistenza dell’aria, la forma ovale² che modifica l’aerodinamica, il vento laterale, la rotazione impressa al pallone che ne stabilizza il volo.
Ed è matematica incorporata nei muscoli!
Il piazzatore, in pochi secondi, risolve implicitamente un sistema complesso, costituito da distanza, angolo laterale, intensità del vento, stato del terreno, punteggio della partita. 
Un buon piazzatore non esegue equazioni, ma il suo corpo, allenato da migliaia di ripetizioni, ha interiorizzato una soluzione efficace.
 
Six Nations 2026 - Italia vs Francia - Il calcio piazzato di Paolo Garbisi 
che ha fatto tanto discutere 

A questa dimensione fisica si aggiunge un ulteriore livello che riguarda il punteggio e la matematica del torneo.
Il calcolo dei punti è tipicamente aritmetico basato sulla somma di mete (5 punti), trasformazioni (2 punti), punizioni e drop (3 punti ciascuno), poi c'è il bonus offensivo o difensivo tipico del Sei Nazioni, che è un altro classico esempio di applicazione aritmetica.
Ma cos'è il bonus offensivo e difensivo?
Nel Six Nations Championship, campionato europeo di Rugby attivo dal 2017, che si sta giocando proprio in questi giorni, il sistema a punti premia l'audacia e la competitività: la vittoria vale 4 punti in classifica, il pareggio 2, la sconfitta 0 e, in aggiunta i bonus. 
Il bonus offensivo (+1 punto) si ottiene segnando almeno 4 mete e quello difensivo (+1 punto) perdendo con 7 o meno punti di scarto. 
Quindi il bonus offensivo (o 4+ mete) viene assegnato alla squadra che realizza almeno quattro mete in una partita, indipendentemente dal risultato finale (vittoria o sconfitta).
Il bonus difensivo (o scarto 7) viene assegnato alla squadra che perde la partita con un margine di 7 punti o meno.
È possibile ottenere entrambi i bonus (offensivo e difensivo) in una singola partita persa (es. 25-28 con 4 mete segnate), portando a casa un totale di 2 punti. 
E si parla anche di Grande Slam quando una squadra che vince tutte e 5 le partite, ottiene 3 punti bonus aggiuntivi per garantire la vittoria del torneo.
Si parla di criteri di parità, quando due o più squadre sono a pari punti, si guarda la differenza punti (mete fatte meno subite), poi il maggior numero di mete totali, e infine il risultato dello scontro diretto.


Classifica del Six Nations 2026 (al 23 febbraio) quando mancano ancora due partita (5 in tutto)

Spiegazione dettagliata delle colonne della classifica in cui l'ordine va dal primo all'ultimo posto
G (Giochi/Partite Giocate): Il numero di partite disputate fino a quel momento (massimo 5 per squadra nel torneo)
V (Vinte): Numero di incontri vinti
N (Nulle/Pareggiate): Numero di incontri finiti in parità
P (Perse): Numero di incontri persi
DP (Differenza Punti) o +/-: Il calcolo tra i punti totali segnati dalla squadra e i punti subiti. È fondamentale in caso di arrivo a pari punti tra due o più squadre: chi ha la differenza migliore sta sopra.
PB (Punti Bonus): Numero di punti bonus accumulati durante il torneo (come spiegato).
Pt (Punti Totali in classifica): Il totale dei punti, somma delle vittorie/pareggi e dei punti bonus.

Questo modifica radicalmente la funzione obiettivo, perché non si massimizza solo il punteggio della singola partita, ma l’accumulazione di punti in classifica. 
Una squadra sotto di 10 punti negli ultimi minuti potrebbe rinunciare a un piazzato relativamente sicuro per cercare la quarta meta e ottenere il bonus offensivo. Oppure, se in svantaggio di 8 punti, potrebbe preferire un calcio che la riporti a -5, per garantirsi almeno il bonus difensivo.
Problema di ottimizzazione.
La decisione diventa quindi un problema di ottimizzazione dinamica con vincoli multipli, quali: punteggio attuale, tempo residuo, differenza punti, probabilità di segnare, impatto sulla classifica finale.
In termini matematici, la funzione da massimizzare non è più semplicemente “punti segnati”, ma “valore atteso in classifica”. 
E quel valore dipende da una struttura regolamentare che incentiva il gioco offensivo e mantiene aperta la competizione fino all’ultimo minuto.

Ma la dimensione forse più affascinante è quella dei sistemi complessi. 
Il rugby è infatti una rete dinamica di passaggi e contatti in cui ogni azione modifica la configurazione globale. 
Un pallone perso a metà campo può produrre, nel giro di pochi secondi, una meta dall’altra parte, quindi piccole variazioni possono causare effetti macroscopici. 
Nelle grandi competizioni come la Rugby World Cup, l’analisi delle reti di gioco...chi passa a chi, con quale frequenza, in quali zone...è diventata uno strumento centrale per comprendere l’identità tattica di una squadra.

E tuttavia, nulla di tutto questo è percepito come “calcolo” dai giocatori. 
Nessuno risolve equazioni durante una ruck (o mischia aperta/spontanea), una fase di gioco fondamentale che si forma dopo un placcaggio. 

Six Nation 2026 - Mischia aperta dell'Italia di Quesada che purtroppo 
ha perso a Lilla con la Francia 33 a 8 

La matematica del rugby è incorporata, è addestramento, abitudine, intuizione strutturata. 
È ciò che consente a una linea difensiva di salire compatta, a un mediano di scegliere il tempo giusto, a un estremo di posizionarsi nel punto statisticamente più probabile per ricevere un calcio.
Il paradosso è che lo sport apparentemente più fisico è anche uno dei più strategici. 
Non vince soltanto la squadra più potente, ma quella che occupa meglio lo spazio, che gestisce il rischio, che distribuisce le energie in modo ottimale. In altre parole, quella che risolve meglio un problema a molte variabili, quali: spazio, tempo, punteggio, condizione fisica, psicologia.
Il rugby, visto così, non è caos, ma ordine che emerge dal caos. 
È una forma di intelligenza collettiva in cui geometria, probabilità e strategia si fondono in azione. 
  

Six Nation 2026 - Meta di Menoncello nell'incontro all'Olimpico 
vinto dall'Italia contro la Scozia 18 a 15

La prossima volta che guarderemo gli 80 minuti di una partita, potremo continuare ad ammirare la "magia" della prestazione, il coraggio dei placcaggi e la potenza delle mischie, ma forse intravedremo anche la trama invisibile di relazioni, numeri e scelte ottimizzate, e capiremo che, sotto il fango, c’è una struttura e che dentro quella struttura, silenziosa ma decisiva, c’è la matematica.


Note

¹La Regola 2 del rugby stabilisce che il pallone debba essere un ovale (ellissoide), con una circonferenza sull'asse maggiore compresa tra 740 e 770 millimetri, una circonferenza sull'asse minore compresa tra 580 e 620 millimetri, una lunghezza compresa tra 280 e 300 millimetri ed un peso compreso tra 410-460 grammi (14-16 once)
Il tradizionale colore marrone è stato sostituito dalle più disparate colorazioni permesse dal materiale sintetico
²La palla da rugby è ovale originariamente a causa dell'uso di vesciche di maiale gonfiate, ricoperte di cuoio, che assumevano naturalmente una forma oblunga o a "prugna" piuttosto che sferica. Questa forma, codificata nel XIX secolo, si è rivelata più pratica per la presa con le mani, il trasporto e il passaggio rispetto a una sfera, venendo ufficializzata nel 1892. 

Pallone regolamentare prodotto da Mitre Sports International e 
approvato dalla Federazione Italiana Rugby