Nel novembre del 2014 pubblicavo sul mio blog un articolo dal titolo "La matematica può neutralizzare la disinformazione?" dove raccontavo un'esperienza didattica di molti anni prima (anni '70), quando avevo proposto ai miei alunni di confrontare il modo in cui diversi quotidiani pubblicavano la stessa notizia.
L'obiettivo era insegnare loro a non accettare passivamente ciò che leggevano, ma a interrogarsi sulle parole utilizzate, sulle informazioni omesse, sulle contraddizioni e sull'attendibilità delle fonti.
Mi interessava soprattutto mostrare come la matematica, attraverso la logica, le percentuali, le probabilità e l'analisi dei dati, potesse diventare uno strumento per smascherare errori e distorsioni dell'informazione.
A distanza di anni, quella riflessione mi sembra più che mai attuale, ma oggi vorrei ripartire da una domanda che va oltre la disinformazione in senso stretto: "è davvero possibile un'informazione obiettiva?"
Non occorre mentire per orientare l'opinione pubblica
Siamo abituati a pensare alla disinformazione come alla diffusione di notizie false, eppure, il problema è più complesso.
Una notizia può essere vera e, nello stesso tempo, contribuire a costruire una rappresentazione parziale della realtà.
Come?
Scegliendo quali fatti raccontare e quali trascurare. Decidendo a quale notizia dedicare l'apertura di un telegiornale e quale relegare in pochi secondi. Selezionando le persone da intervistare, le dichiarazioni da riportare, le immagini da mostrare e le parole con cui descrivere un avvenimento.
Pensiamo, per esempio, a una manifestazione di protesta.
Un servizio televisivo può concentrarsi sulle ragioni dei manifestanti, sulle condizioni economiche che hanno provocato la protesta e sulle richieste rivolte alle istituzioni, un altro può soffermarsi sui disagi per i cittadini, sui disordini e sugli interventi delle forze dell'ordine.
Entrambi potrebbero riferire fatti realmente accaduti. Eppure, chi guarda i due servizi potrebbe ricavarne un'impressione profondamente diversa.
Non è necessariamente una questione di menzogne. È una questione di selezione, di prospettiva e di gerarchia delle informazioni.
L'obiettività non dipende soltanto dalla verità dei singoli fatti raccontati, ma anche dalla correttezza del quadro complessivo che quei fatti contribuiscono a costruire.
Il potere di stabilire ciò di cui dobbiamo preoccuparci
Questo fenomeno è legato a tre concetti importanti:
- Agenda setting: i media influenzano quali temi consideriamo importanti, decidendo a quali dare visibilità.
- Framing (inquadramento): i media influenzano il modo in cui interpretiamo una notizia, attraverso il linguaggio, il contesto e gli aspetti messi in risalto.
- Gatekeeping (selezione delle notizie): giornalisti ed editori decidono quali informazioni entrano nel flusso delle notizie e quali rimangono fuori.
I mezzi di comunicazione non si limitano a trasmettere informazioni: contribuiscono anche a stabilire quali problemi entrano al centro del dibattito pubblico.
Se una questione viene riproposta continuamente, accompagnata da immagini forti, testimonianze e commenti, può diventare una delle principali preoccupazioni dell'opinione pubblica, mentre altri problemi, magari altrettanto rilevanti, possono invece rimanere ai margini perché ricevono meno attenzione.
È il meccanismo noto come agenda setting: l'influenza dei media non riguarda soltanto ciò che pensiamo di un argomento, ma anche l'importanza che attribuiamo a quell'argomento rispetto agli altri.
Le conseguenze sono anche politiche.
Le priorità dell'opinione pubblica possono influenzare le risposte dei governi, le strategie dei partiti e le questioni sulle quali si concentra il confronto democratico.
Questo non significa che i cittadini siano spettatori passivi, né che i media controllino automaticamente le loro opinioni, significa, piuttosto, che la disponibilità e la distribuzione delle informazioni costituiscono una parte importante delle condizioni in cui maturano le scelte individuali e collettive.
Chi informa, da quale posizione e con quali interessi?
Un altro aspetto merita attenzione.
I media operano all'interno di strutture economiche, editoriali e istituzionali.
Hanno proprietari, finanziatori, inserzionisti, orientamenti culturali e relazioni con le fonti da cui ricevono informazioni.
Questi fattori possono influenzare le scelte editoriali, le priorità e il modo in cui vengono presentati i fatti.
Non occorre immaginare un piano segreto o una manipolazione deliberata e a volte l'influenza è più sottile.
Un'influenza che deriva dalle abitudini professionali, dalla necessità di attirare pubblico, dalla dipendenza da determinate fonti o dalla condivisione, spesso inconsapevole, di una particolare visione del mondo.
Per questo sarebbe riduttivo attribuire ogni distorsione alla malafede dei giornalisti.
Il problema riguarda anche le condizioni in cui lavorano, gli incentivi a cui rispondono e i controlli a cui sono sottoposti.
La domanda da porsi, allora, non è soltanto se una notizia sia vera, ma anche quali interessi, vincoli e criteri abbiano contribuito a renderla una notizia, a darle una determinata forma e a collocarla in una certa posizione nel flusso dell'informazione.
E la matematica? È ancora uno strumento di difesa?
Ed è qui che vorrei riallacciarmi al mio articolo del 2014.
La matematica rimane fondamentale!
Insegna a distinguere una quantità assoluta da una percentuale, a valutare le proporzioni, a considerare le probabilità, a riconoscere correlazioni che non dimostrano necessariamente rapporti di causa-effetto e a chiedersi se un grafico rappresenti correttamente i dati.
Un aumento del 100%, per esempio, può sembrare enorme. Ma se riguarda un fenomeno passato da un caso a due, il significato è molto diverso da quello che avrebbe se riguardasse un fenomeno passato da diecimila a ventimila casi.
I numeri, dunque, hanno bisogno di un contesto.
Ma c'è un limite importante: la matematica può aiutarci a controllare la correttezza di un calcolo, non può decidere da sola quali fatti meritino di essere raccontati e quali possano essere trascurati.
Un grafico può essere costruito correttamente e rappresentare dati autentici, ma riguardare soltanto una parte del fenomeno.
Una statistica può essere esatta e tuttavia risultare poco significativa se mancano il periodo di riferimento, la popolazione considerata o un termine di confronto appropriato.
Il problema, quindi, non è soltanto imparare a leggere i numeri, ma è imparare a interrogarsi anche sulle domande a cui quei numeri dovrebbero rispondere.
La matematica ci aiuta a verificare le affermazioni quantitative. Il pensiero critico ci aiuta a esaminare il contesto, le premesse e le conclusioni che ne vengono tratte.
Obiettività assoluta o responsabilità dell'informazione?
Forse dovremmo smettere di considerare l'obiettività come una condizione che una testata possiede una volta per tutte.
Ogni racconto della realtà comporta necessariamente delle scelte, dato che il tempo è limitato, le informazioni sono numerose e non tutto può essere approfondito nello stesso modo.
Ma riconoscere questi limiti non significa rinunciare all'obiettività come ideale professionale.
Significa, al contrario, pretendere che le scelte siano responsabili e trasparenti, che i fatti siano verificati, che le opinioni siano distinguibili dalle notizie, che le fonti siano riconoscibili, che le informazioni contrarie alle proprie interpretazioni non vengano ignorate e che gli errori siano corretti con la dovuta evidenza.
Significa anche difendere il pluralismo, senza confonderlo con l'idea che tutte le affermazioni abbiano lo stesso valore.
Le diverse interpretazioni possono essere confrontate, ma le loro basi fattuali devono essere sottoposte a verifica.
Non si tratta di pretendere giornalisti privi di idee, cultura o convinzioni, si tratta di chiedere che tali convinzioni non sostituiscano la verifica dei fatti e che il lettore possa distinguere ciò che è accaduto dal significato che qualcuno gli attribuisce.
Poi dobbiamo però combattere, soprattutto sui Social, con una falsa informazione.
Fake news: quando la disinformazione diventa virale
Un elemento da considerare e che caratterizza il fenomeno delle fake news è la rapidità con cui le notizie false o fuorvianti, possono diffondersi, soprattutto attraverso i Social Media.
Spesso non è la qualità delle prove a determinarne il successo, ma la capacità di suscitare emozioni intense: indignazione, paura, rabbia o entusiasmo.
Un contenuto che provoca una reazione immediata può essere condiviso prima ancora che qualcuno ne abbia verificato l'attendibilità.
A questo meccanismo si aggiunge il ruolo degli algoritmi delle piattaforme, che selezionano e raccomandano contenuti sulla base di diversi segnali, tra cui le interazioni degli utenti.
Quando incontriamo ripetutamente opinioni simili alle nostre, possiamo finire per frequentare vere e proprie camere di risonanza, nelle quali le stesse convinzioni vengono continuamente confermate e le posizioni differenti trovano meno spazio.
Questo fenomeno non è inevitabile né dipende soltanto dagli algoritmi, ma può contribuire a rafforzare convinzioni preesistenti e a rendere più difficile il confronto.
Le conseguenze possono essere rilevanti: maggiore polarizzazione politica, divisioni sociali più profonde e progressiva erosione della fiducia nei media, nelle istituzioni e nelle fonti di informazione.
Quando contenuti falsi o manipolati circolano ampiamente, inoltre, anche le informazioni corrette possono essere accolte con sospetto.
Per questo la verifica deve precedere la condivisione. Prima di rilanciare una notizia, è utile risalire alla fonte originale, controllare la data, confrontare il contenuto con altre fonti indipendenti e domandarsi se il messaggio faccia leva soprattutto sulle nostre emozioni.
La viralità non è una prova di verità, così come la forza di un'emozione non è una prova della fondatezza di una notizia.
Educare a dubitare, non a diffidare di tutto
C'è infine una questione che mi sta particolarmente a cuore, anche per la mia esperienza di insegnante.
Non basta dire ai ragazzi di non credere a tutto ciò che leggono.
Se il risultato fosse una diffidenza indiscriminata verso qualsiasi fonte, avremmo semplicemente sostituito la credulità con lo scetticismo assoluto.
Occorre insegnare a verificare, confrontare, argomentare e riconoscere i limiti delle proprie conoscenze.
A distinguere un fatto documentato da un'opinione, un'ipotesi da una conclusione, una coincidenza da una relazione causale.
Occorre soprattutto abituarsi a domandare: quali prove sostengono questa affermazione? Quali informazioni mancano? Quali altre spiegazioni sono possibili? Che cosa potrebbe indurmi a cambiare idea?
È questo, a mio avviso, uno dei contributi più importanti che il pensiero matematico può offrire alla cittadinanza democratica: non fornire risposte automatiche a ogni problema, ma sviluppare un metodo per esaminare criticamente le risposte che ci vengono proposte.
Perché il rischio maggiore non è soltanto credere a una notizia falsa, ma è convincersi di avere compreso la realtà quando ne abbiamo ricevuto soltanto una parte.
La matematica può aiutarci a neutralizzare alcune forme di disinformazione, ma per difenderci dalle rappresentazioni parziali della realtà occorrono anche cultura, pluralismo, indipendenza dell'informazione e capacità critica.
E forse la domanda da cui ripartire, oggi come allora, è proprio questa:
Non soltanto: "Quello che mi stanno raccontando è vero?", ma anche: "Quale realtà sto vedendo, quale realtà non sto vedendo e perché?"
Chi possiede le testate?
Per comprendere come si forma l'informazione non basta analizzare il modo in cui una notizia viene presentata. Occorre fare un passo ulteriore e domandarsi anche chi possiede le testate che la diffondono.
La selezione delle notizie, lo spazio che viene loro dedicato e il modo in cui vengono interpretate dipendono da diversi fattori, tra cui le scelte editoriali, le risorse disponibili e il contesto economico e politico in cui opera una redazione.
Per questo, accanto all'analisi dei contenuti, è importante conoscere anche la proprietà dei mezzi di informazione, e la mappa che segue offre uno spunto per approfondire proprio questa dimensione del problema.
del 28 ottobre 2026
Chi possiede i giornali? Una domanda che riguarda la democrazia
L'immagine che accompagna questa riflessione propone una mappa della proprietà di numerose testate giornalistiche italiane, indicando i gruppi editoriali di appartenenza e il numero di copie diffuse, sulla base dei dati ADS di agosto 2026.
È un'immagine che invita a porsi una domanda fondamentale: quanto può essere indipendente l'informazione quando la proprietà di molte testate è concentrata nelle mani di un numero relativamente ristretto di gruppi editoriali e imprenditori?
La questione non è semplicemente chi possieda un giornale, ma quali conseguenze questa proprietà possa avere sul pluralismo delle idee, sulla selezione delle notizie e sulla libertà con cui vengono esercitati il controllo e la critica del potere.
Un editore non deve necessariamente intervenire direttamente sui singoli articoli perché i suoi interessi possano avere un'influenza sul contesto in cui il giornale opera. Le priorità aziendali, le scelte dei direttori, le risorse destinate alle redazioni e le relazioni con il mondo economico e politico possono contribuire a definire i confini dell'informazione.
Naturalmente, la proprietà non determina automaticamente il contenuto di ogni articolo, né autorizza a considerare inattendibile una testata per il solo fatto di appartenere a un determinato gruppo.
Il punto è un altro: la concentrazione proprietaria costituisce un fattore di rischio per il pluralismo, soprattutto quando mancano adeguate garanzie di indipendenza editoriale e trasparenza.
E se a ingannarci fossero le immagini?
Fotomontaggi, video decontestualizzati e contenuti generati o manipolati con l'IA.
Oggi la disinformazione non passa soltanto attraverso parole, dati e statistiche, ma sempre più spesso si affida a fotografie manipolate, fotomontaggi, video decontestualizzati o contenuti generati e rielaborati con l'intelligenza artificiale.
Siamo abituati a pensare che un'immagine costituisca una prova: "se lo vedo, allora è successo", ma questa convinzione non è più sufficiente.
Una fotografia può essere autentica e tuttavia riferirsi a un altro luogo, a un'altra data o a un episodio diverso da quello descritto, un video può mostrare fatti reali, ma essere tagliato in modo da modificarne il significato o un'immagine generata dall'intelligenza artificiale può apparire del tutto plausibile senza documentare alcun evento realmente accaduto.
Come possiamo, allora, distinguere ciò che è autentico da ciò che è costruito per convincerci?
Purtroppo non esiste un singolo indizio capace di darci sempre una risposta sicura.
Occorre verificare la provenienza del contenuto, cercare la pubblicazione originale, controllare la data e il contesto, confrontare l'immagine o il video con fonti indipendenti e verificare se testate affidabili abbiano documentato lo stesso episodio.
Anche gli strumenti automatici di rilevamento dei contenuti generati dall'IA possono essere utili, ma non sono infallibili.
Il principio è lo stesso che vale per i numeri: non dobbiamo confondere ciò che appare convincente con ciò che è dimostrato.
- La matematica ci aiuta a controllare dati e statistiche
- Il pensiero critico ci permette di interrogarci sulle notizie
- La verifica delle fonti ci aiuta a valutare immagini e video.
Ma nessuno di questi strumenti, da solo, è sufficiente! Insieme, però, ci consentono di essere meno vulnerabili alla manipolazione.
In un mondo in cui è sempre più facile costruire una rappresentazione credibile di qualcosa che non è mai accaduto, la domanda da porsi non è soltanto "Che cosa sto vedendo?", ma anche "Chi ha prodotto questo contenuto, da dove proviene e quali prove dimostrano che rappresenti davvero ciò che afferma di mostrare?".
Perché l'educazione all'informazione, oggi, significa anche imparare a dubitare in modo ragionato, a non negare tutto, ma a non credere a tutto.
Verificare prima di condividere, soprattutto quando un contenuto suscita indignazione, paura o entusiasmo immediato.
Educarsi al pensiero critico
E qui ritorna la questione da cui ero partita nel mio articolo del 2014 sulla matematica e la disinformazione.
Possiamo leggere una notizia, verificarne i dati, controllare che le percentuali siano corrette e accertare che le dichiarazioni riportate o le immagini siano autentiche, ma come possiamo valutare ciò che non ci viene raccontato?
Come possiamo riconoscere una rappresentazione parziale della realtà se non sappiamo quali informazioni siano state escluse e perché?
La mappa della proprietà editoriale non fornisce da sola le risposte a queste domande, ci aiuta, però, a formulare domande più consapevoli.
Perché la libertà di stampa non consiste soltanto nell'assenza di censura, ma richiede anche condizioni concrete che permettano alle redazioni di lavorare senza indebite interferenze, alle voci minoritarie di trovare spazio e ai cittadini di accedere a informazioni provenienti da fonti realmente indipendenti.
In una democrazia, il pluralismo non è un semplice dettaglio del mercato editoriale: è una condizione per la formazione di un'opinione pubblica informata.
La domanda, allora, non è soltanto se i giornali raccontino fatti veri, ma se l'insieme delle notizie a cui abbiamo accesso ci consenta di comprendere la realtà nelle sue diverse dimensioni.
- La matematica ci insegna a verificare dati e statistiche
- Il pensiero critico ci insegna a interrogarci sulle interpretazioni
- La verifica delle fonti ci aiuta a valutare immagini e video
- La conoscenza della proprietà dei media ci aiuta a comprendere il contesto in cui l'informazione viene prodotta.
Sono strumenti diversi, ma complementari, per esercitare un diritto fondamentale, vale a dire quello di formarci un'opinione senza rinunciare alla nostra autonomia di giudizio.






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