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martedì 31 marzo 2020

Manzoni e D'Azeglio, un'asta, una lettera e un episodio curioso

"Verrà mai un tempo ch'io possa fare ancora con te di quelle chiacchierate che a me piacevano tanto, e a te non dispiacevano? Dio lo sa"

Nel novembre del 2002 era tornata sul mercato antiquario una delle belle lettere di Alessandro Manzoni ancora in mani private.
La missiva era andata all'asta da Christie's a Roma, durante una vendita di manoscritti e libri antichi in Palazzo Massimo Lancellotti, in piazza Navona.


Francesco Hayez - Ritratto di Alessandro Manzoni - 1841 (a destra) e 
Ritratto di Massimo d’Azeglio - 1864 -  Milano, Pinacoteca di Brera

La lettera autografa era indirizzata al genero Massimo D'Azeglio (la firma è "Il tuo vecchio papà Alessandro Manzoni"), fu scritta il 4 marzo 1850 e il testo è edito nella raccolta "Tutte le lettere di Manzoni" a cura di Cesare Arieti.  
La stima iniziale per questo documento originale fu di 3mila euro, ma l'assegnazione fu molto più alta, quasi il doppio!

"Non sono mai venuto finora a seccarti con mie lettere, confidenze, come confido sempre, che, anche in mezzo agli affari, mi serberesti un cantuccio nella tua memoria. Anzi ho sempre resistito bravamente a chi mi chiedeva di farti sdrucciolar nelle mani qualche raccomandazione. Ora vengo com'io, senza richiesta né suggerimento di nessuno, non fartene una, ma a dirti semplicemente un mio pensiero. Sapevo che il Tommaseo aveva disegnato di venire a passar qualche tempo in questo lago; e mi facevo una festa di rivedere, dopo tante vicende, un antico e caro amico. Vengo ora a sapere che gli è negato l'ingresso in questo Stato. E siccome mi pare di poter esser sicuro, per la cognizione che ho di lui, che, essendoci ammesso, non ci farebbe cosa veruna che potesse cagionar dispiacere, non che disturbo, così ho pensato che il dirtelo non sarebbe, alla peggio, che un passo inutile. E non vorrei neppure che ti credessi obbligato a rispondere. Se c'è qualcuno il quale deve sapere, per propria esperienza, che si può voler bene a uno senza adoprar la penna, e col quale perciò si possa fare a confidenza in questa parte, ille ego sum. In ogni caso, desidero che questo passo rimanga segreto, perché se si risapesse di là dal fiume sacro, me ne potrebbero venir delle noie, quando avrò pure dovuto passarlo, staccandomi con rammarico da questa cara solitudine. Verrà mai un tempo ch'io possa fare ancora con te di quelle chiacchierate che a me piacevano tanto, e a te non dispiacevano? Dio lo sa. Intanto io lo prego che ti dia ogni benedizione, e particolarmente quelle che ti sono necessarie nel tuo difficile posto, e t'abbraccio con quell'antico e inalterabile affetto che tu conosci." 

scriveva Manzoni a Massimo D'Azeglio, che in quell'epoca era presidente del Consiglio del Regno di Sardegna. 
Il romanziere chiedeva al genero una "raccomandazione" in favore dello scrittore e linguista Niccolò Tommaseo, che intendeva incontrare Manzoni in Lombardia, ma a cui le autorità austriache avevano negato il visto d'ingresso. 
Pertanto, Manzoni sollecitava un passo "segreto" del D'Azeglio per superare le difficoltà e consentire a Tommaseo di arrivare a Milano e poi sul lago di Como. 


Autoritratto di Massimo d’Azeglio acquistato nell’estate del 2016 
dalla Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris per le collezioni della 
GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea) di Torino

Tutti conosciamo Alessandro Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873), il grande scrittore, poeta e drammaturgo italiano, mentre pochi forse hanno sentito parlare di Massimo Taparelli marchese d'Azeglio (Torino, 24 ottobre 1798 – Torino, 15 gennaio 1866) che fu un politico, patriota, pittore e scrittore, nonché proprio genero del Manzoni.
D'Azeglio, dopo un inizio di carriera militare, ufficiale di Cavalleria nel reggimento "Reale Piemonte", presto abbandonata, continuò poi la propria attività di pittore e letterato, alternandosi tra i salotti intellettuali di Roma, Firenze e Milano, dove conobbe, allora 33enne, appunto Giulia, la figlia 22enne primogenita dei dieci figli di Alessandro Manzoni. 
Massimo era un uomo alto con grandi baffi, spigliato e affascinante, e il Manzoni stesso, che nutrì sempre una grande simpatia per lui, ci dice che egli sapeva "cantare, suonare, ballare, cavalcare, giocar il biliardo e tirar di scherma"
Era andato a trovare i Manzoni con due propositi: parlare del suo romanzo storico (Ettore Fieramosca) e conoscere la primogenita. 
Del romanzo non osò parlare, ma dopo poche settimane chiese la mano di Giulia, sposandola il 31 maggio del 1831 e rimanendone purtroppo presto vedovo, nel 1834, l'anno successivo alla nascita di Alessandra, la loro unica figlia.


Lettera autografa del 4 marzo 1850 di 
Alessandro Manzoni a Massimo D'Azeglio


Purtroppo non è dato sapere se D'Azeglio sia riuscito a dare la possibilità di rientro al Tommaseo proprio in quest'occasione, o meglio io non ne ho notizia, ma direi di si.
Sta di fatto che proprio in quell'anno 1850 uscì un volume "Opere di Alessandro Manzoni" con la prefazione di Nicolò Tommaseo.


"Opere di Alessandro Manzoni" con un discorso preliminare di Niccolò Tommaseo e aggiunte osservazioni critiche

Questa è la storia della lettera e dell'asta, ma c'è un'altra storia, curiosa e divertente, anch'essa vera, legata a questi due nomi.
Il nonno di un mio caro amico si chiamava Alessandro Manzoni (i suoi gli diedero il nome Alessandro proprio in omaggio al grande scrittore), ma, ironia della sorte, aveva un amico che si chiamava Massimo D'Azeglio.
Un giorno i due amici decisero di andare a trovare un comune conoscente, non ricordo bene se in una casa di cura o in un ospedale, e presentatisi all'ingresso diedero i loro nomi...poco mancò che li ricoverassero come due "pazzi" con la camicia di forza!
"Un pazzo che pensa di essere Napoleone è evidentemente un pazzo, ma è ancora più pazzo un re che crede di essere un re", diceva Jacques Lacan, ma in questo caso nessuno dei due credeva di essere Alessandro Manzoni o Massimo D'Azeglio, era solo colpa dei loro nomi, facile inganno di deviazione dalla norma e di follia.  






martedì 22 aprile 2014

Dialogo sul Tango

Ripropongo qui le riflessioni, in una sorta di lettera-articolo, che scrissi tempo fa e che pubblicai nel sito Stanzeallaria. Non hanno la pretesa di spiegare cosa sia il tango ma forse piuttosto quello che il tango non dovrebbe essere.
Volendomi allontanare dall'immaginario collettivo mediato dalla pubblicità, dalla moda (soprattutto da quando è stato dichiarato patrimonio dell'Unesco), dal fascino inconscio di una danza ritenuta simbolo di sensualità, ho cercato solo di tracciarne quelli che per me, appassionata tanguera, sono i punti essenziali per interpretare la vera essenza di questa "danza" che non può essere ridotta solo a figure e passi ma considerata come una forma di dialogo e d'intesa.




Queste considerazioni sono nate dal desiderio di far capire ad un mio caro amico, tanguero, la mia visione del tango, della coppia, dell'interpretazione ecc., cercando anche di dimostrargli quanto siano convergenti le nostre posizioni. Le sfaccettature del tango, nella sua interpretazione ed esecuzione, sono talmente tante e variegate che ho deciso di affrontare l'argomento per punti che prescindono da priorità o importanza, ma che sono messi in modo casuale, così come mi sono venuti in mente utilizzando anche alcuni concetti rielaborati in una sorta di raccolta di appunti.

1. Dialogo di coppia e importanza della sensibilità del ballerino.

Sono molto distante dalla visione classica del tango come divisione di ruoli, vale a dire dall’imposizione della marcation da parte dell'uomo e dal conseguente abbandonarsi ad un atteggiamento quasi passivo da parte della donna; ritengo invece che il rapporto di coppia debba essere paritetico, in una sorta di stato colloquiale, secondo cui si instaura tra i ballerini un vero e proprio dialogo.

Questa scelta della parola “dialogo” (non mia ma presa in prestito) indica come dovrebbe essere il rapporto di coppia nel tango: così come nel dialogo si usano simboli che diventano codici di comprensione, allo stesso modo anche nel tango ci si serve di molti movimenti, che si trasformano in codici con significati diversi, attraverso i quali ci si esprime senza parlare. Come il dialogo verbale, per essere fluido e sciolto, deve essere improvvisato e immediato, così deve essere il dialogo nel tango.

Quando si dialoga, infatti, si improvvisa utilizzando il lessico, si fanno discorsi in funzione di una risposta o del contributo di un nuovo concetto, e non si impiegano frasi preparate; così nel tango si improvviserà usando la propria capacità di trasmettere e si ascolterà la risposta che ci si aspettava, o meno, di ricevere e si stabilirà così una nuova frase, esponendo le sensazioni che la musica suscita in noi ed evitando di fare un monologo, ma dialogando con la ballerina in un continuo adattamento alle nuove situazioni.

Questo tuttavia non è possibile se manca la sensibilità dell'interlocutore, cioè se egli non sa ascoltare: entrambi devono saper ascoltare, ma capita spesso che sia l'uomo a non saperlo fare, legato com’è al monologo prodotto dal suo maschilismo. Se invece entrambi sanno ascoltare, il dialogo risulta facile, e se la donna impara a parlare attraverso i suoi movimenti, diventa ancora più facile, in quanto entrano in gioco le prospettive di entrambi.


2. Possibilità e capacità di raggiungere il dialogo

Va da sé che per dialogare, farsi comprendere, saper ascoltare e rispondere si deve essere non solo padroni degli elementi linguistici, ma si deve anche essere in grado di saperli adattare alla situazione contingente e di poterli trasmettere; così, anche nel tango si deve certamente acquisire una padronanza di passi e figure, ma anche e soprattutto essere in grado di saperli adattare alla situazione musicale e di comunicarli al proprio interlocutore, vale a dire alla propria partner, che a sua volta deve sapere rispondere e continuare a dialogare, cercando di esporre le sensazioni che la musica le suscita senza tuttavia poterle tradurre in creazione.

Ed è su questa ultima considerazione (“senza tuttavia poterla tradurre in creazione”) che vorrei soffermarmi brevemente, per far capire come, per una ballerina, sia molto più difficile dialogare, se il partner non è in grado di instaurare questo stato colloquiale, ossia:

. se non riesce a usare gli opportuni codici verbali (passi o figure);
. se non ha un sufficiente grado di spontaneità (improvvisazione ed orecchio musicale);
. se non è in grado di trasmettere (marcation);
. se non è capace di ascoltare e adattare la risposta (sensibilità).

Al primo e al terzo punto si può sempre porre rimedio con corsi, suggerimenti, critiche, filmati da cui imparare nuovi passi o combinazioni, affinare la propria capacità di marcation: ma se un uomo non ha orecchio musicale, e soprattutto non possiede questa sensibilità interpretativa della risposta della partner, non si riesce più a dialogare, e si introduce un monologo o un discorso preparato.

E'come rispondere a una domanda imponendo una frase preparata in anticipo, studiata a memoria senza ascoltare la risposta (ossia senza adattarsi anche alle sensazioni che la musica suscita nella donna) o senza adattarla al contesto (cioè alle variazioni musicali). 


3. Il ballo, le interpretazioni musicali, le emozioni

Va abbandonato lo stereotipo del tango come ballo sensuale, e quando anch’io, a volte, faccio riferimento alla “sensualità”, mi riferisco alla capacità di provare e di trasmettere emozioni, alla capacità di ballare col "cuore" oltre che con le gambe; si può infatti voler raggiungere padronanze tecniche e interpretative, ma non si deve mai dimenticare di provare emozioni.

Se manca la capacità di trasmettere queste emozioni, “l'opera d'arte”, per quanto bella tecnicamente, non ha nessun valore, non ci dice niente: se questo vale per la pittura, la scultura, l'esecuzione musicale, ecc., deve valere di conseguenza anche per la danza (e in questo caso per il tango).

Questo per me è ed è sempre stato il ballo, il tango: la capacità di interpretare la musica, di adattarsi al ritmo, al tempo o alla melodia con proprietà tecnica, ma soprattutto con una grande capacità di esprimere e trasmettere i sentimenti e le emozioni che, via via, i brani suscitano in noi. Purtroppo sempre più difficilmente mi “emoziono” e sempre meno trovo coppie che riescano ad esprimere aldilà della loro capacità tecnica una vera e propria personalità.

Riguardo alle ispirazioni modellistiche (che il mio amico considerava divergenti), non ho nette preferenze di modelli stilistici: non potendo purtroppo “creare”, ma dovendomi adattare ai modelli creativi del ballerino, tutto dipende esclusivamente dalle sue scelte o predisposizioni, e soprattutto dalla sua capacità di dialogare e di adattarsi alla ritmica o alla melodia.

Anche per questo tendo a non ballare con un solo partner anche se sono consapevole che con pochi si può instaurare il vero “dialogo” del tango e a volte questo dialogo appunto si trasforma in monologo.
Monologo che purtroppo non ha la stessa valenza per entrambi i partner: la donna, se pur costretta dal non ritmo dell’uomo, non può imporsi e, se lo fa, si vede e non va bene, l'uomo, invece, può imporsi e, se lo fa, la donna diventa seguidora e la cosa funziona meglio.

A volte si prediligono brani lenti, con posture statiche, che ben si adattano ad inserimenti di combinazioni di passi e figure “memorizzate” e che facilmente il ballerino può impostare sulla melodia trascurando la ritmica: meglio certo, con un ballerino dotato di una buona sensibilità musicale, scelte diverse, per esempio di brani più moderni, caratterizzati da cambi di ritmica. Musiche sicuramente molto adatte a improvvisazioni e variazioni tecniche, nelle quali viene esaltata la capacità di improvvisare il disegno coreografico in relazione al tempo musicale, in accordo all'interpretazione soggettiva e alla capacità di elaborare una visione personale.

Poiché il tango è l'unica danza popolare di coppia che propone il “non movimento”, il “non ballo” (per esempio le pause di Gavito), ritengo che anche questo aspetto, insieme a variazioni dinamiche, faccia parte intrinseca di questo ballo e sia in perfetto accordo con la libertà di elaborare e sviluppare improvvisazioni.


4. Tecnica, critica ed “unità”

A volte si è più contenti di ricevere critiche costruttive che elogi, ma per quante critiche o considerazioni tecniche possiamo ricevere, potremmo solo migliorare tecnicamente ed essere ammirati per la capacità di scelta tempistica o di morbidezza di gesto: il difficile rimane quindi, in ogni caso, riuscire a trasmettere emozioni.

In totale accordo con i coniugi Dinzel, per me la ricerca della perfezione consiste dunque nel cercare di raggiungere il concetto di unità, di perseguire un'unica struttura dinamizzata; “quanto più i ballerini entrano in relazione tra loro, tanto più si perde la visione distinta di uno o dell'altra, che si fondono in un'unica relazione di coppia”.

Quando lo sviluppo del gesto comincia a essere il frutto di uno sforzo individuale, la coppia scompare e con essa anche l'emozione del tango.

Forse non ho toccato tutti i punti che avrei voluto e forse ce ne sono altri di cui dovrei discutere ma, per ora, mi fermo qui. Il mio intento era, infatti, soprattutto quello di far comprendere a quel mio amico tanguero la nostra convergenza di vedute, e spero proprio di esserci riuscita.
La mia lettera terminava così. Qui vorrei solo aggiungere alcune parole conclusive e riassuntive.

Il tango, una cultura che ha radici profonde, richiede quindi tempi lunghi di apprendimento, di assimilazione e maturazione.
E’ una musica che si realizza in una danza di coppia a partire da un "abbraccio", procedendo con un “camminare insieme”, aggiungendo "combinazioni" le cui modalità sono determinate dalla creatività dell’uomo che "marca" e della donna che “ascolta”, suggerisce, abbellisce.
Il tango non può essere ridotto a figure e passi ed essendo un ballo in cui sono privilegiate l’improvvisazione e la comunicazione all’interno della coppia, non può assolutamente avere sequenze o coreografie precostituite.
Non dovrà mai essere apprezzato e valutato per la "spettacolarità" di figure coreografate, ma per l'emozione che saprà trasmettre attraverso la capacità di dialogo, di intesa e di sintonia dei movimenti della coppia.